| Calvinismi:
la taverna, il castello e
il motel destini incrociati
Ad Urbino nel 1968 Italo
Calvino assiste alla lezione di Paolo
Fabbri dal titolo “Il racconto della cartomanzia
e il linguaggio degli emblemi”. Lo scrittore inizia
quindi ad elaborare
il progetto di un libro che utilizzasse i Tarocchi come una macchina
per produrre racconti: ogni carta ha una funzione narrativa potenziale,
la loro sequenza può dar vita ad un
racconto,
l’incrocio di diversi racconti avrebbe dovuto produrre il
libro.
Calvino preferisce utilizzare i Tarocchi non del Rinascimento,
ma quelli di Marsiglia (1761), un mazzo di più grezza
e popolare fattura disegnato da un illustratore marsigliese chiamato
Fautier. Il lavoro si rivela molto difficile.
Lo scrittore parte
dalla stesura del testo, ma non riesce a costruire con i racconti
già preparati una struttura che lo convinca, non riuscirà cioè ad
ottenere una disposizione convincente e si dovrà accontentare
di uno schema lacunoso e precario. « ...sentivo che il
gioco aveva senso solo se impostato secondo certe ferree regole;
ci voleva una necessità generale
di costruzione che condizionasse l'incastro d'ogni storia nell'altra,
se no tutto era gratuito».
L’esito di questo primo
tentativo è successivamente
pubblicato nel 1973 e licenziato dall’autore come imperfetto: «Se
mi decido a pubblicare “La
taverna dei destini incrociati” è soprattutto per
liberarmene. Ancora adesso, col libro in bozze, continuo a rimetterci
le mani,
a smontarlo, a riscriverlo. Solo quando il volume sarà stampato
ne resterò fuori
una volta per tutte, spero».
Tuttavia l’idea di
una narrativa come processo combinatorio non fu mai abbandonata
da Calvino e quando nel 1969 Franco Maria
Ricci gli propone di raccontare con un testo i Tarocchi del mazzo
visconteo realizzato tra il 1450 e il 1468, accetta, ma cambia
metodologia di lavoro: prevede lo schema già quando incomincia
a scrivere i primi testi. «Mi
fu facile così costruire l'incrocio centrale dei racconti
del mio "
quadrato magico". Intorno, bastava lasciare che prendessero
forma altre storie che s'incrociavano tra loro, e ottenni così una
specie di cruciverba fatto di figure anziché di lettere,
in cui per di più ogni sequenza si può leggere nei
due sensi. Nel giro di una settimana il testo del Castello... era
pronto per essere pubblicato».
“Il castello dei destini
incrociati” esce quindi nel volume d'arte “Tarocchi.
Il mazzo visconteo di
Bergamo e New York”. Il furore matematico di Calvino nella
ricerca di chiusura delle forme, di geometrica stilizzazione, di
binaria contrapposizione di giochi combinatori non viene mai ad
esaurirsi e percorre tutta la sua produzione letteraria. La questione
del gioco, l'adesione di Calvino all'Oulipo, i rapporti che la
sua scrittura intrattiene con la figura e con il diagramma sono
tutte parti di una più generale considerazione sulla dimensione
progettuale dell'opera.
Sappiamo che di tanto in tanto riprenderà in
mano lo schema de “La Taverna” per aggiustarlo senza
mai arrivare a risolvere il puzzle. « Non so da quanto
tempo sto rinchiuso con gli occhi fissi sul tavolo ricoperto di
rettangoli multicolori. Ormai non mi preoccupano più le
giornate che passano, ciò che succede fuori, la parte che
potrei avere io – chissà perché io - nelle
cose che succedono; so che tutte le vie mi sono escluse tranne
questa di contemplare le combinazioni di queste figure. Contemplare:
cioè comprendere contenere ammettere tra le cose possibili
o pensabili.[...] Nessuno è riuscito finora a capire quello
che faccio. Dicono: "Allora hai scoperto il segreto per tirare
le carte? Mi sai dire l'avvenire?”.
[...] Se spiego che non pratico la cartomanzia né per me
né per
gli altri, non mi credono; a tutti, appena i loro occhi si posano
su
questa successione d'allegorie ambigue, di rebus allusivi, viene
spontaneo il desiderio di stabilire un rapporto fra sé e
il caso, tra sé e la perdita continua di sé nel tempo
e nelle cose. A me questo desiderio non tocca, non è la
frana degli sbriciolati detriti delle esistenze che io contemplo
nell'ordine delle carte ma qualcosa di ben più importante:
i modelli senza i quali il vissuto e il vivibile non potrebbero
essere pensati».
Calvino
confessa, nella nota conclusiva a “Il Castello”, un
certo fastidio per la prolungata frequentazione del repertorio
iconografico medieval-rinascimentale.
Vorrebbe applicare lo stesso metodo ad un materiale visuale moderno.
Pensa ai fumetti e immagina quindi un terzo testo, “
Il Motel dei destini incrociati” che avrebbe dovuto seguire
i precedenti. Ma lo scrittore si ferma solo alla formulazione dell’idea
e lascia ad altri la scoperta della regola combinatoria, della
contrainte narrativa, la ricostruzione del diagramma, il
quadrato magico, il castello di carte.
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